31.8.09

la scuola del futuro

Riporto qui il post tratto dal blog, di due professori, falcidiati dalla riforma Gelmini che lascia a casa 18.000 precari quest'anno, e lo fa tutto sommato nel silenzio dei media e dei sindacati che dovrebbero difenderli. Mentre aumentano esponenzialmente i soldi dati alle private, la scuola pubblica precipita vergognosamente. Riconosco in questo post un'analisi attenta di quello che è diventato ormai essere italiani: subire supinamente qualsiasi cosa, incapaci ormai di ribellarsi. La verità è che si tocca il fondo e nessuno sa più contestare, pochi quelli che s'indignano, persa da qualche parte la capacità di manifestare il dissenso. In fondo si vuole solo lavorare.

"Anche io sono prof di lettere, laureato con una ottima media, tre pubblicazioni e altre tre in stampa per l'autunno, una tesi di laurea con diritto di pubblicazione, due anni di precariato in giro per la provincia sabauda in scuole borderline, esperienze umane e gratificazioni commoventi, ore non pagate devolute allo Stato in nome di uno squilibrato senso del do ut des - ovvero "tu lavori le tue ore, mi regali ore in surplus non retribuite per coprire deficit e carenze di personale strutturali ma nessuna garanzia sulla continuità didattica e contrattuale"- e mille altre anomalie degne di una repubblica centroafricana degli anni 60. Il tutto nel silenzio di una opposizione - i cui ministri dell'istruzione nel recente passato hanno solo contribuito ad alimentare il caos e la malagestione di cui siamo testimoni e vittime oggi nell'era Gelmini, e questo è sempre doveroso ricordarlo cari compagni democratici- troppo affaccendata a contare i peli di fica rimasti impigliati nella lingua del nostro amato premier-satiro piuttosto che sostenere una lotta generalizzata per il diritto al lavoro e la dignità delle masse di questo paese che non riesco nemmeno a scrivere con la lettera maiuscola. Siamo di fronte ad una epurazione massiva di una fascia consistente di popolazione altamente preparata e professionalizzata, dove i risultati saranno drammatici oltre che in misura di un soverchiante impoverimento economico degli stessi costretti ad una esistenza malferma e incline a gravi stati di depressione fisica e psicologica, ma anche nei confronti della preparazione complessiva dei nostri figli e delle generazioni a venire. Quando uno Stato attacca, decapita, abbatte e soprattutto baratta i finanziamenti alla scuola con maleodoranti campagne propagandistiche e slogan populisti, quando decine di migliaia di insegnanti vengono di fatto cancellati dal loro status professionale e dal diritto di svolgere il lavoro per il quale hanno studiato e nel quale credono -come nel caso di Vincenzo e nel mio- come vocazione e prassi di riscatto sociale e politico, vuol dire che il passo verso l'abisso dell'autoritarismo e della reazione è dietro l'angolo.
Il silenzio generalizzato di una società che assiste muta a questi pogrom istituzionali giustificati da esigenze di bilancio che celano invece un chiaro progetto in favore della privatizzazione del sapere ci lascia atterriti. Il mercimonio che i sindacati della scuola hanno fatto negli ultimi tre decenni per piazzare i propri iscritti nelle graduatorie di immissione in ruolo ci fa perdere l'ultimo refolo di fiducia che riponevamo nella rappresentanza sindacale come tutela ai diritti dei lavoratori e ci suggerisce che l'unica via è l 'azione diretta: manifestare anche con forme eclatanti per raggiungere i media silenti e al solito supini alle direttive di regime, per svegliare una opposizione letargica e quei fratelli e compagni insegnanti che come noi ogni mattina si svegliano con la spada di Damocle di un chiamata da parte una segreteria scolastica che non arriverà mai o qualora arrivasse ci costringerebbe ad umilianti prestazioni professionali...
Questa non è una battaglia della disperazione ma è, al pari di mille altre lotte, una priorità che deve necessariamente interessare tutti gli strati sociali di questo paese, il diritto al lavoro e -nella fattispecie- ad insegnare è prologo ad una evoluzione complessiva del livello culturale di una nazione, propedeutico ad una crescita totale della consapevolezza e della preparazione dei nostri figli affinchè possano affrontare il mercato del lavoro e mille altre problematiche inerenti all'inserimento nella società altrimenti precluso ai più e appannaggio solo delle classi privilegiate, di fatto cristallizzando una gerarchizzazione della società civile e aumentando lo iato fra classi sociali, rappresentanza e democrazia, facendoci ritornare indietro di duecento anni.
Pertanto se Vincenzo salirà su un tetto io salirò su una gru...affinchè tutti inizino a scalare anche fisicamente le barriere e i muri dentro i quali stanno cercando di ricacciarci, negandoci il diritto primario dell'uomo...ovvero il lavoro."
Domenico Mungo

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